| Bestia dello Gévaudan
Bigfoot
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Mothman
Nahuelito
Nessie
Ogopogo
Salaawa
Snallygaster
Tatzelwurm
Yeti |
LUOGO:
Haute Loire, Cantal, Ardèche e Lozère (Francia)
LEGGENDA:La leggenda della
Bête du Gévaudan, inizia la prima settimana di aprile del
1764 quando, nei pressi del villaggio
di Langogne (località dell’Ardèche), una pastorella intenta ad
accudire su un prato la sua mandria di mucche viene aggredita da una
grossa belva sbucata dalla foresta. L’animale cerca di azzannare la
piccola, ma fortunatamente i suoi animali la contrattaccano
mugghiando, salvandole la vita. Rientrata al suo paese, la povera
pastorella racconta l’episodio, precisando di essere stata assalita
non da un animale qualsiasi ma da “un’enorme belva dal pelo molto
folto e rossiccio e dalle zampe dotate di lunghi artigli”. I
contadini, ovviamente, non le credono e si convincono che si tratti
di un lupo, un animale a quell’epoca piuttosto diffuso in tutta la
Francia centromeridionale. Tuttavia, ai primi luglio, nei pressi di
Saint-Etienne-de-Lugdarès (una ventina di chilometri a sud est di
Langogne), la misteriosa belva si fa di nuovo viva sbranando una
contadina quattordicenne, Jeanne Boulet. Poi, in rapida successione,
tra luglio e agosto, un’altra ragazzina e due ragazzi vengono
attaccati ed uccisi nei pressi di Puy Laurent en Lozère e tra
Cheylard-l’Êveque e la foresta di Mercoire, mentre una quarta
fanciulla di Masméjean-d’Allier (Gévaudan) viene azzannata, ma
lasciata in vita. La poveretta, seppur agonizzante, riferisce di
essere stata aggredita da “una bestia orribile, metà lupo e metà
tigre, con grandi artigli e lunga coda”. La drammatica
testimonianza, che sembra combaciare con quella fornita dalla
pastorella di Langogne, mette finalmente in allarme le autorità
locali, che organizzano alcune infruttuose battute. Alla fine di
agosto, la Bête ricompare nei pressi di Cheylard-l’Êveque e Prades,
assalendo e ferendo altri due quindicenni. Nel tardo pomeriggio del
6 settembre, il misterioso animale uccide nei pressi di Arzenc una
donna di 36 anni intenta a lavorare nel suo giardino. Dall’esame dei
resti dei cadaveri delle vittime, le autorità e la gendarmeria
cercano di trarre alcune indicazioni circa le caratteristiche della
misteriosa fiera. Contrariamente alle abitudini del lupo, essa non
divora la vittima, ma dopo averla dissanguata azzannandola alla
gola, le rovista tra le visceri, non disdegnando di fare scempio
della testa e del viso. Tra il 16 settembre e
il 27 dicembre 1764, gli attacchi si moltiplicano: più di 15
tra ragazzini e donne, per la maggior parte contadini e pastori,
vengono uccisi o gravemente feriti dall’animale che subito dopo i
suoi attacchi riesce sempre a dileguarsi nel nulla, lasciando sul
terreno orme profonde, prive delle tre fossette tipiche della pesta
del lupo. Molti contadini della regione iniziano a dare credito alle
testimonianze delle vittime circa la mostruosa natura dell’animale
e, di conseguenza, il panico inizia a diffondersi tra la popolazione
del Gévaudan, obbligando l’intendente della Languedoc, M. Lafont, un
avvocato di Mende, a riunire i sindaci e i responsabili della
gendarmeria per organizzare una più articolata difesa comune. Dopo
avere raccomandato alla popolazione di non allontanarsi troppo dai
villaggi ed avere intensificato le battute (alcune centinaia di
gendarmi e contadini, armati di moschetti e schioppi setacciano
senza alcun successo una vasta area), l’intendente decide di mettere
al corrente della cosa Parigi, affinché il governo centrale
intervenga con l’invio di uomini da affiancare al capitano dei
dragoni Duhamel, che dal 20 novembre, al comando di una squadra di
17 lancieri e 40 soldati a piedi armati di moschetto, sta
setacciando, senza risultati apprezzabili, l’intero distretto. Ma
all’improvviso, nei pressi del bosco di Chazot, Duhamel riesce
finalmente ad individuare la Bête, che riesce tuttavia a sfuggire
all’accerchiamento dei suoi armati. Il 22 dicembre, l’ufficiale e i
suoi cacciatori se la trovano nuovamente di fronte, a poche decine
di metri, e per nulla intimorita. Duhamel le spara con il suo
fucile, ma la manca. Anche gli altri uomini aprono il fuoco, ma la
belva è ben lesta nello schivare i colpi e nel guadagnare la
macchia. In quest’occasione, il capitano dei dragoni ha però il
tempo di osservarla: “La Bête de Gévaudan non è certamente un lupo,
ma uno strano e sconosciuto ibrido”, riferirà più tardi alle
autorità.
Intanto, in Francia, l’animale è già diventato una leggenda.
L’incredibile numero delle vittime, la modalità delle aggressioni e,
soprattutto, le paurose descrizioni della fiera, contribuiscono a
creare un vero caso (nel novembre 1764, a Parigi, la libreria
Deschamps espone la prima raffigurazione pittorica di fantasia della
Bête intenta a divorare una fanciulla), a tal punto che lo stesso
Luigi XV inizia ad interessarsi personalmente alla questione. Il
sovrano ordina a Monsieur Denneval - un gentiluomo normanno, capo
dei “lupattieri” del re, che vanta l’abbattimento di ben 1.274 lupi
- di recarsi nel Gévaudan assieme ai suoi figli, a sei assistenti e
ad una torma di feroci cani da caccia. Attraverso uno speciale
editto (quello del 27 gennaio 1765),
Luigi XV promette inoltre 6.000 livres di premio all’abbattitore del
mostro. Effettivamente, le descrizioni che, aggressione dopo
aggressione, vengono raccolte per bocca dei superstiti risultano
sconcertanti. Tutti gli scampati agli attacchi della Bête , ma anche
i militari e i battitori, sembrano concordare sul fatto che non si
tratti affatto di un lupo, ma di una creatura straordinaria.
L’animale sembra essere, innanzitutto, di taglia molto più grossa
rispetto ad un canide. Alcuni arrivano a dire che le sue dimensioni
si avvicinano a quelle di un mulo, di un asino o di un vitello. La
fiera, ricoperta da un manto piuttosto lungo, rossiccio e striato
sul dorso, avrebbe una specie di gobba. La sua grossa testa, con
orecchie appuntite e pelose, le grosse fauci con denti acuminati,
darebbero l’idea di un felino. Le zampe, dotate di sei lunghi
artigli, potrebbero appartenere ad un puma, ad una tigre o ad una
leonessa. Ma la caratteristica veramente unica di questo strano
esemplare parrebbe la postura. Quasi tutti gli scampati giurano di
avere visto l’animale, poco prima dell’attacco, drizzarsi sui
possenti arti posteriori emettendo dalle fauci una specie di ruggito
simile al nitrito di un cavallo spaventato.
Ce ne è abbastanza per fare scuotere il capo all’esperto Monsieur
Denneval e ai suoi collaboratori. Sulle prime, i “lupattieri” del re
- nonostante la testimonianza dello stesso Duhamel - non credono
affatto a questi resoconti e propendono per l’ipotesi di un grosso
lupo, anche perché quasi tutte le aggressioni si sono verificate sul
fare della sera, l’ora in cui questo tipo di animale è solito
cacciare. Essi attribuiscono le colorite descrizioni dei
sopravvissuti allo stato di panico e all’ignoranza. Anche se non
sanno darsi spiegazioni circa le modalità di attacco dell’animale e
la sua propensione ad azzannare alla gola le vittime e a
decapitarle, non prima di averle dissanguate. Anche le devastanti
ferite inferte dalla bestia appaiono, in realtà, diverse da quelle
provocate da un lupo qualsiasi: oltre ad usare i denti, la bestia
lacera profondamente i tessuti con gli artigli, proprio come un
felino.
Nell’inverno 1764-1765, Denneval indaga
a fondo, raccoglie prove, esamina i resti delle vittime, studia le
tracce lasciate dalla Bête ed organizza nuove battute, tutte però
senza esito. Il 1° gennaio 1765, sui
monti del Margéride, tra l’Haute-Loire e la Lozère, viene abbattuto
un grosso lupo. Si grida alla vittoria, ma il 12 dello stesso mese,
nei pressi di Coutasseire, sette coraggiosi ragazzini si vedono
costretti ad affrontare la Bête, sbucata all’improvviso da un fitto
bosco, soltanto con qualche coltello ed alcuni bastoni. L’animale
sbrana un paio di fanciulli, ma alla fine, grazie all’ardimento dei
fanciulli che non esitano a colpirlo ripetutamente, esso è costretto
a ritirarsi nella foresta.
L’episodio scuote le coscienze della popolazione e frusta l’orgoglio
dei “lupattieri” che intensificano le loro battute, iniziando ad
utilizzare anche trappole, tagliole ed esche al veleno: soluzione,
quest’ultima, che viene ben presto abbandonata a causa della morte
di molti cani utilizzati dagli stessi cacciatori per inseguire la
Bête. Poche settimane più tardi da Parigi giungono addirittura
alcune compagnie di dragoni a cavallo a dare man forte ai
cacciatori. Ma la belva, per nulla intimorita da questo sempre più
vasto dispiegamento di forze, continua ad imperversare nella
regione, coprendo lunghe distanze, effettuando agguati nelle zone
più disparate e, pur prediligendo le aree boscose e lambite da corsi
d’acqua, avvicinandosi sempre più ai centri abitati. Il
16 aprile 1765, la Bête attacca per la
prima volta un uomo a cavallo e il 1° maggio un gentiluomo, Monsieur
de La Chaumette, se la ritrova addirittura alla finestra della sua
fattoria. De la Chaumette, con alcuni uomini, si arma e a quanto
pare la riesce a ferire l’animale, senza però ucciderlo. Sul terreno
vengono trovate abbondanti tracce di sangue. Il gentiluomo riferisce
la notizia a Monsieur Denneval. Forse - pensa quest’ultimo -
l’animale è andato a morire nel fitto della boscaglia. Purtroppo, si
tratta di una vana speranza. Il giorno seguente, la Bête ricompare,
infatti, a pochi chilometri dall’abitazione del nobile, facendo a
pezzi una donna di cinquant’anni. Alcuni hanno addirittura
l’impressione che questa astuta bestia sia ritornata sul posto con
il proposito di vendicarsi. Non pochi iniziano a pensare che
l’animale sia dotato di poteri soprannaturali. I curati della
regione vedono nella Bête uno strumento del demonio ed organizzano
processioni per allontanare il maleficio e per chiedere aiuto al
Signore.
In tutta la Francia il panico dilaga, ed oltre i confini del regno
iniziano a montare le prime sarcastiche polemiche circa
l’inefficienza dei sistemi adottati per debellare il misterioso
flagello del Gévaudan. Nella fattispecie è la stampa inglese (sempre
molto critica nei confronti della società francese) a dileggiare con
maggiore sarcasmo i “lupattieri” e i dragoni di Luigi XV. Nel
maggio 1765, dopo che la Bête ha fatto
fuori altre sette persone, un giornale di Londra annuncia - con una
buona dose di maligna esagerazione - che “un esercito di 120.000
soldati francesi da mesi viene tenuto in scacco da un grosso lupo”.
E’ troppo. Luigi XV decide di sostituire Denneval con Antoine de
Beauterne, il suo ufficiale porta fucile, che vanta anch’egli una
vasta conoscenza in materia di caccia. Il 20 giugno, de Beauterne
(assistito dai suoi figli, da sei tiratori scelti e da altrettanti
aiutanti) inizia anch’egli il suo safari nel Gévaudan. Il 4 luglio,
nei pressi del villaggio di Broussolles, la Bête divora la sua
ennesima vittima. De Beauterne esamina il cadavere e nei suoi pressi
scopre le tracce di un lupo di dimensioni straordinarie. Verso la
metà di settembre, l’animale viene avvistato lungo il corso del
fiume Allier, a ridosso del villaggio di Pommier.
Il 18, il cacciatore del re, assistito
da 40 tra i più abili tiratori della regione, incrocia finalmente la
fiera, che viene colpito ripetutamente alla testa e al corpo da una
micidiale scarica di proiettili. Si tratta, effettivamente, di un
lupo di taglia veramente notevole, con folto pelo e strane striature
sul dorso. L’animale, che pesa ben 130 libbre contro le 50 di un
lupo normale, viene ripulito, impagliato e trasportato a Parigi per
essere mostrato alla corte. L’intera regione dell’Auvergne tira un
sospiro di sollievo e de Beauterne viene portato in trionfo.
Ma la festa dura ben poco. Lunedì 2 dicembre
1765, sui rilievi di Margeride, due giovani contadini al
pascolo con le loro mucche vengono sbranati da una belva. La notizia
si diffonde rapidamente e il re si adira con de Beauterne.
Ovviamente, il grosso lupo impagliato ed esposto nei saloni di
Versailles non è la Bête. Come in un incubo, gli attacchi del
misterioso animale riprendono a ritmo sostenuto, gettando nella
disperazione la popolazione del Gévaudan che ormai si credeva al
sicuro.
Tra la primavera e l’inizio estate del 1766,
l’animale uccide una dozzina tra pastori e contadini. Il 18 giugno,
dopo l’ultima aggressione ad un ragazzino, un anziano contadino
della frazione di Darmes (Besseyres-Saint-Mary), tale Jean Chastel,
viene convocato, assieme a 12 cacciatori, dal marchese d’Apcher,
intenzionato a promuovere l’ennesima battuta. Jean Chastel,
assistito dai suoi tre figli e da una muta di cani, si reca a
perlustrare un vasto bosco. Poche ore dopo, in località Sogne-d’Auvers,
Chastel decide di fermarsi e di appostarsi tra gli alberi con i
suoi. Il tempo di rilassarsi ed ecco che dalla macchia sbuca fuori
la Bête. L’animale punta Chastel, ma l’anziano e coraggioso
contadino imbraccia con calma il fucile e fa fuoco da breve
distanza, colpendo la belva che rivela essere un grosso lupo di 100
libbre di peso. Le campane dei villaggi suonano a festa, e come
Antoine de Beauterne anche Chastel trascina la sua preda di paese in
paese per mostrarla alla gente. Poi, senza farla prima imbalsamare,
la carica su un carro e la fa trasportare a Parigi dove, tuttavia,
l’animale giunge in avanzato stato di putrefazione. I buffoni di
corte trovano il modo per dileggiare il vecchio contadino (“dalla
straordinaria puzza che emana si deduce che la Bête infernale sia
proprio questa”). Tuttavia, il re fa consegnare al povero vecchio un
premio di 72 livres.
Verso l’inverno del 1766, nel Gévaudan
le aggressioni di contadini da parte di belve feroci iniziano a
diradarsi progressivamente, fino a cessare completamente alla metà
dell’anno seguente. E dall’estate del 1767 gli avvistamenti di
strani animali cessano del tutto, lasciando però moltissimi
interrogativi e dubbi. Nell’arco di tre anni, la Bête ha sbranato
oltre 100 persone (certi sostengono 172), tre quarti dei quali
bambini e adolescenti ed un quarto donne. Al contrario, nessun uomo
adulto - e cosa ancora più strana, nessun capo di bestiame - risulta
essere stato ferito o ammazzato. Le ipotesi circa la natura della
Bête diventano uno degli argomenti più dibattuti di Francia, aprendo
una querelle destinata a perpetuarsi fino ai giorni nostri. Nei
salotti di corte e nelle osterie dei villaggi, i “partiti”
sostenitori delle più svariate tesi si moltiplicano molto
rapidamente. C’è chi sostiene che la Bête altro non sia che un
grosso lupo, nella fattispecie quello ucciso da Chastel (dopo
l’abbattimento dell’animale, il vecchio contadino dalla mira
infallibile raccontò, tra l’altro, che il lupo da lui ucciso “si
muoveva con metodo e criterio, proprio come un animale addomesticato
ed addestrato dall’uomo”), anche perché con la sua eliminazione
terminò il periodo di terrore, e c’è chi sostiene che si trattasse
di un branco composto da almeno tre grossi lupi. Tesi, quest’ultima,
sostenuta anche da alcuni zoologi contemporanei.
Ma come in tutti i casi misteriosi in cui la leggenda tende a farsi
largo tra le maglie della verità scientifica, sulla Bête fioriscono
anche le più svariate e colorite interpretazioni. Verso l’inizio del
XX secolo, alcuni pubblicisti francesi e inglesi ipotizzarono che
dietro la Bête si celasse un serial killer (una specie di Jack lo
Squartatore); mentre altri - ancora più fantasiosi - sostennero che
si trattasse o di un orripilante ominide, dotato di pelliccia, denti
a sciabola e forza erculea, saltato fuori da una delle tante grotte
preistoriche presenti nella regione del Gévaudan; o forse di un
mostruoso essere selvaggio allevato ed allattato dai lupi come
Romolo e Remo e da essi addestrato a fare fuori piccoli ed indifesi
cristiani. Sempre nel Novecento, altri studiosi ed appassionati di
vicende misteriose si sono lanciati addirittura in interpretazioni
alla X-Files, ipotizzando giganteschi vampiri pelosi a quattro
zampe, assetati di sangue (effettivamente la Bête era solita
dilaniare il collo delle sue vittime) o mutanti esseri alieni. Ma
nella bagarre si sono buttati anche politologi e sociologi,
sostenendo che dietro la Bête si nascondesse niente meno che una
strage di stato, ordita da Luigi XV ai danni di una popolazione,
quella dei dipartimenti francesi centromeridionali, che in passato
aveva dato un certo appoggio agli ugonotti protestanti.
Accantonando, seppure con rispettoso beneficio di inventario, queste
ultime bizzarre supposizioni, agli scettici ed ai raziocinanti non
rimane che ascoltare la parola dei naturalisti, dei biologi e dei
più seri esperti di criptozoologia, gli unici, in realtà, a
possedere gli strumenti tecnici e scientifici utili a diradare le
nebbie dell’ignoranza e della superstizione. Come ha scritto Lino
Penati, che nel 1976 ha esaminato con attenzione e la dovuta
prudenza l’enigma del Gévaudan, “alla luce delle più attendibili
testimonianze dell’epoca - prima fra tutte quella del curato d’Aumont,
autore di una particolareggiata memoria - si è portati ad escludere
che la Bête potesse essere un lupo. Il sinuoso corpo dell’animale,
le sue considerevoli dimensioni, il pelo rossiccio bruno, gli
artigli, la coda lunga quattro piedi, la grossa testa, le orecchie a
punta e le zanne, farebbero pensare ad un felino, magari ad una
grossa lince, anche se in proposito sussistono non pochi dubbi”.
Attaccata dai cani, la Bête, infatti, non ha mai tentato di
rifugiarsi su un albero, come appunto avrebbe fatto un felino. Senza
scartare a priori l’ipotesi di una grossa lince (animale che però
non supera quasi mai i 35 chili di peso), alcuni studiosi
contemporanei hanno azzardato anche la possibilità che dietro la
Bête potesse agire un ghiottone (Gulo gulo) o un licaone: animali
che tuttavia, per le loro contenute dimensioni e per la loro
particolare distribuzione geografica (il licaone vive in Africa),
male si adattano ad alcun reale paragone con la belva del Gévaudan.
Più plausibile risulta, invece, l’ipotesi (avanzata dal biologo
americano C. H. D. Clarke, grande esperto di lupi ed affini) che la
Bête fosse un ibrido tra un grosso cane, ad esempio un molosso, ed
un lupo. Ad avvalorare questa tesi ci sarebbe, tra l’altro,
l’abbattimento, avvenuto nel 1884 in Francia, ad Argenton, di un
gigantesco ibrido cane-lupo di quasi 80 chilogrammi di peso. Sempre
secondo Penati non sarebbe però da escludere un’ultima ipotesi, fino
ad oggi mai prospettata. “E se la Bête du Gévaudan fosse stata un
esemplare isolato o una coppia di tigri del Caucaso? I dati -
sostiene Penati - sembrerebbero infatti concordare: le dimensioni,
le fauci, il colore del lungo manto striato, sono elementi tipici di
questo grosso felino. E in fin dei conti, fino dall’epoca
preistorica, molte delle specie animali provenienti dall’Asia sono
finite quasi tutte per approdare nel sud della Francia, nel
“ridotto” delle Cevenne”.
Ma senza bisogno di scomodare la tigre del Caucaso (purtroppo
estinta), non sembrerebbe del tutto peregrina un’ultima, simile
seppur più banale ipotesi: quella di una tigre, di una leonessa o di
un giaguaro fuggito da qualche circo ambulante o lasciato libero di
proposito da un bizzarro ecologista ante litteram.
di Alberto Rosselli
BIBLIOGRAFIA:
Abel Chevalley, La Bête du Gévaudan Editions J’ai Lu
(1972)
René de Chantal, La fin d’une énigme, la Bête du Gévaudan La Pensée
Universelle (1983)
Henri Pourrat, Histoire fidèle de la bête en Gévaudan Jeanne
Laffitte 2ème édition (1985)
Félix Buffiere, La bête du Gévaudan, une grande énigme de l'histoire
Deuxième édition (1994)
Abbé Poucher, Histoire de la Bête du Gévaudan , édition Laffitte
Reprints, (1996)
Historia, La bête du Gévaudan: enquete sur des meurtres en série,
(n.
650, Febbraio 2001)
Lino Penati, Verità e leggende sul lupo europeo, Storia Illustrata,
(n.229, dicembre 1976)
Helga Hofmann, Mammiferi, Editoriale Giorgio Mondadori,
(1990)
Michel Louis, La bête du Gévaudan, l’innocence des loups, Perrin,
réédition, (2001)
Francois Fabre, La bête du Gévaudan, édition complétée par Jean
Richard, De Borée, (2000)
FILMOGRAFIA:
Il patto dei lupi (Le pacte des loups,
2001)
con Vincent Cassel e Monica Bellucci. |
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