Cagliostro , al secolo Giuseppe Balsamo, conosciuto soprattutto con
il nome di Alessandro conte di Cagliostro (Palermo, 2 giugno 1743 –
San Leo, 26 agosto 1795) è stato un alchimista, esoterista e
avventuriero italiano.
Fu condannato dalla Chiesa cattolica al carcere a vita per eresia e
rinchiuso nella fortezza di San Leo.
Un'infanzia difficile
Giuseppe Balsamo, nato da Pietro Balsamo, un venditore palermitano
di stoffe, e da Felicita Bracconeri, fu battezzato l'8 giugno 1743
con i nomi di Giuseppe, Giovanni Battista, Vincenzo, Pietro, Antonio
e Matteo.
Il padre morì poco tempo dopo la sua nascita e Giuseppe fu accolto
nell'istituto per orfani di San Rocco, retto dagli Scolopi. Da quel
collegio Giuseppe fuggì più volte, a testimonianza di un carattere
giudicato ribelle a ogni educazione: per questo motivo la famiglia
pensò bene di affidarlo, nel 1756, al convento dei Fatebenefratelli
di Caltagirone, affinché vi temperasse l'indole e vi imparasse un
mestiere; così, nel convento, che era annesso all'Ospedale dello
Spirito Santo, Giuseppe si interessò di erbe medicinali, delle loro
proprietà e delle tisane utilizzate dalla medicina dell'epoca, una
conoscenza che gli tornerà utile negli anni a venire.
Non è chiaro se scappò anche dal convento o se semplicemente vi fu
dimesso; in ogni caso, tornato a Palermo, si rese responsabile di
una truffa ai danni di un orafo, e per sottrarsi ai rigori della
giustizia, sarebbe fuggito a Messina, dove avrebbe conosciuto un
certo Altotas, forse un greco o forse uno spagnolo, con il quale
avrebbe viaggiato in Egitto, a Rodi e a Malta, e che Cagliostro
indicò come suo primo maestro, che l'avrebbe introdotto, nel 1766,
nell'Ordine dei Cavalieri di Malta; queste notizie furono tuttavia
fornite da Cagliostro in un suo Memoriale del 1786, nel quale egli
intendeva sostenere la leggenda di una sua eccezionale formazione
spirituale e vanno pertanto ritenute altamente improbabili: quello
che è certo, è che sulla figura dell'Altotas la storia non ha mai
fatto alcuna luce.
Il matrimonio
Nel 1768 il Balsamo è a Roma e vi è arrestato per una rissa nella
Locanda del Sole, in piazza del Pantheon: dopo tre giorni, è
rilasciato grazie all'intervento del cardinale Orsini, il
maggiordomo del quale, don Antonio Ovis, aveva nel frattempo
conosciuto. È ancora nel 1768, il 21 aprile, che Balsamo si sposa
nella chiesa di San Salvatore in Campo con Lorenza Serafina
Feliciani, una bella ragazza nata l'8 aprile 1751, analfabeta,
figlia di un orafo. Il certificato di matrimonio è tuttora
conservato e attesta che il Nostro si chiama effettivamente Giuseppe
Balsamo ed è figlio del fu Pietro, palermitano: non vi è traccia di
alcun titolo nobiliare, né in particolare del nome di Cagliostro.
Giacomo Casanova
Giacomo Casanova
A Roma il Balsamo, discreto disegnatore, vive falsificando documenti
in complicità con due conterranei, un sedicente marchese Alliata e
un certo Ottavio Nicastro, che morirà impiccato per aver ucciso
l'amante. È proprio quest'ultimo, insieme con il suocero di
Cagliostro, a denunciarlo come falsario e allora Giuseppe e Lorenza,
con il marchese, abbandonano Roma per un lungo viaggio che li porta
fino a Bergamo: qui, continuando la prediletta attività di
truffatori, vengono entrambi arrestati, mentre l'Alliata riesce
ancora a fuggire. Rilasciati, si trasferiscono in Francia - ad
Aix-en-Provence conoscono Casanova, che definisce Balsamo «un genio
fannullone che preferisce una vita di vagabondo a un'esistenza
laboriosa» - e ad Antibes, dove con i proventi della prostituzione
di Lorenza, si procurano il denaro per raggiungere, nel 1769,
Barcellona.
Anche qui Lorenza viene spinta dal marito nell'accogliente letto di
ricchi personaggi: insieme con uno di questi, un tale marchese di
Fontanar, raggiungono alla fine dell'anno Madrid: mantenuti nel
palazzo del marchese, cercano intanto di guadagnare l'amicizia di
influenti personalità della capitale spagnola. Cacciati alla fine di
casa, nel 1770 si trasferiscono a Lisbona, dove Lorenza diviene
l'amante del banchiere Anselmo La Cruz.
L'anno dopo la coppia è a Londra: qui Cagliosto cerca perfino di
guadagnarsi la vita onestamente disegnando pergamene, ma con poco
successo e ancor meno profitto; perciò, con la complicità di un
altro sedicente marchese, un siciliano di nome Vivona, organizza un
ricatto ai danni di un ingenuo quacchero che, spinto ad amoreggiare
dalla compiacente Lorenza, viene sorpreso da Cagliostro che,
fingendosi scandalizzato per il tradimento della moglie, pretende
che il suo onore debba essere risarcito soltanto con un'abbondante
somma di denaro. Derubato però dall'infido complice, il Balsamo,
rimasto insolvente con la padrona di casa, deve fare la conoscenza
anche delle galere londinesi; ma il ricco sir Edward Hales,
conosciuto, si può immaginare come, da Lorenza, lo tira fuori dal
carcere pagandogli i debiti e, illudendosi che Cagliostro sia un
bravo pittore, lo incarica di decorargli alcune sale del suo
castello: naturalmente, veduti i disastrosi risultati
dell'improvvisato affrescatore, lo caccia via, senza immaginare che
l'italiano, tra una maldestra pennellata e l'altra, gli ha intanto
sedotto la figlia.
Seguendo un vecchio copione, emigrano nuovamente: imbarcati il 15
settembre 1772 per la Francia, durante il viaggio conoscono
l'avvocato francese Duplessis, amministratore dei beni della
marchesa de Prie e, sulla traccia di quello stesso copione, giunti a
Parigi e alloggiati nel palazzo de Prie, Lorenza diviene l'amante
prezzolata del Duplessis sotto lo sguardo compiaciuto del disinvolto
marito. Ma questa volta si assiste a un colpo di scena: Lorenza
sembra voler cambiar vita, sistemarsi con quell'avvocato che, oltre
a godere di notevoli rendite, appare perfino innamorato di lei.
Rompe così con Cagliostro e, se non convive apertamente col
Duplessis, perché una tale iniziativa, per una donna legalmente
coniugata, costituirebbe un reato, va ad abitare in un alloggio
pagato dall'avvocato e, con l'approvazione della marchesa, denuncia
Cagliostro per sfruttamento della prostituzione.
A seguito della controdenuncia del Balsamo per abbandono del tetto
coniugale, Lorenza è arrestata e passa quattro mesi nelle carceri
parigine di Sainte-Pelagie; pur di uscirne, nel giugno del 1773,
ritira la denuncia e ritorna col Cagliostro. Nuovi viaggi: Belgio,
Germania, Italia, Malta, Spagna e infine, nel luglio 1776,
nuovamente a Londra.
Cagliostro massone, mago, alchimista e
guaritore
Anche se adottò definitivamente il nome di Alessandro Cagliostro, a
Londra la sua vita non mutò: entrò e uscì dal carcere a causa di
diverse truffe consumate - predizioni sui numeri estratti nel gioco
del lotto o sottrazione di gioielli ai cui proprietari faceva
credere di aumentarne il valore grazie alle proprietà miracolose di
una polvere di sua invenzione - finché, il 12 aprile 1777 decise di
iniziarsi, insieme con la moglie, alla Massoneria, nella loggia "L'Espérance",
sita in una taverna di Soho.
Passati in Olanda, i due coniugi sono accolti a L'Aja nella loggia
L'Indissoluble; sembra che il suo lunghissimo discorso, tenuto in
una lingua in cui sono presenti parole di tutta l'Europa senza che
nessuna sia pronunciata correttamente, abbia avuto grande successo e
anche la moglie, che ora si chiama Serafina, contessa di Cagliostro,
è riconosciuta valente massone. Ma era tempo di frequentare paesi
nuovi: nel 1779 sono in Germania e poi in Curlandia, parte
dell'attuale Lettonia, nella capitale Mitau, oggi Jelgava.
Spacciatosi per colonnello spagnolo, tiene riunioni in cui fa
credere di appartenere a una società segreta, organizzata secondo
cinque livelli di elevazione spirituale, di avere e di far avere
visioni mediante l'idromanzia, di evocare spiriti, di essere un
sapiente la cui conoscenza si trovava In verbis, in herbis, in
lapidibus, nella parole, nelle erbe e nelle pietre, il motto della
sua setta. Semianalfabeta e improvvisatore, commette inevitabili
errori di gusto, come quando dichiarò di essere in grado di
soddisfare, con un sortilegio, qualunque desiderio sessuale o quando
sostenne di essere figlio di un angelo.
A San Pietroburgo viene diffidato dall'ambasciatore di Spagna a non
spacciarsi per spagnolo e un suo documento, col quale voleva
attestarsi come un Rosacroce, viene riconosciuto per falso. Si
presenta anche come taumaturgo e ha l'accortezza di non farsi pagare
dai poveri - solo dai ricchi - e se non ottiene nessuna guarigione,
si guadagna simpatia e popolarità; ma basta l'inimicizia o
l'incredulità di un potente per costringere i due italiani a
partire: e così, nel maggio 1780, Giuseppe e Lorenza sono a
Varsavia. Il massone, appassionato di alchimia, principe Adam
Pininsky, lo ospita illudendosi che Cagliostro sia in grado di
trasformare il piombo in oro: a questo scopo gli affianca il
confratello massone August Moszynsky negli esperimenti di
laboratorio. Questi pubblicherà nel 1786 un libretto sull'esperienze
alchemiche del Nostro, riferendo come Cagliostro ottenesse l'oro dal
piombo semplicemente sostituendo il ricipiente contenente il piombo
con un altro eguale contenente l'oro.
A questo prevedibile infortunio si aggiunge quello scoperto ai danni
di una ragazza, da lui sessualamente molestata, con la quale si era
altresì accordato per la riuscita di altrimenti improbabili
evocazioni spiritiche. L'esperienza polacca, come consuetudine, si
conclude con la partenza improvvisa, il 26 giugno 1780, per la
Francia. A Strasburgo si accontenta di fingersi medico: se le sue
tisane a base di erbe, la cui ricetta si è conservata, si rivelano
semplici placebo, le guarigioni di cancrene ottenute bevendo liquori
sono naturalmente fantasie propalate da lui stesso, che ottenevano
tuttavia l'unico effetto che realmente gli premesse: presentarsi al
pubblico di tutta l'Europa come l'unico uomo capace di risolvere - a
pagamento - qualsiasi problema. E la sua fama toccò il culmine
proprio in quel decennio del secolo.
Il Rito Egizio
Louis René Édouard de Rohan, creato cardinale il 1° giugno 1778 da
Pio VI, ricchissimo e altrettanto prodigo, di bell'aspetto e molto
galante con le donne, di piacevole e leggera conversazione ma
vanesio, di modesta cultura e di scarsa intelligenza, era stato a
lungo ambasciatore di Francia a Vienna dove commise una grave gaffe
diplomatica: descrisse l'imperatrice Maria Teresa come
un'insopportabile ipocrita in una lettera inviata al duca d'Aiguillon,
il quale la mostrò alla sua amante, la duchessa Du Barry, che a sua
volta la fece leggere a Maria Antonietta, figlia di Maria Teresa e
prossima regina di Francia. Così, quando Luigi XVI e Maria
Antonietta salirono sul trono francese, nel 1774, il Rohan perdette
il posto di ambasciatore ma non il consueto buonumore, dal momento
che le sue rendite continuarono ad aumentare ugualmente e le sue
avventure galanti rimasero numerose come prima.
Il cardinale, che passava buona parte dell'anno a Strasburgo, saputo
della presenza in città di Cagliostro, lo invitò a palazzo e ne fu
conquistato. Appassionato di alchimia, credette di ravvisare in
Cagliostro un maestro; ritenendolo un infallibile medico, lo
condusse con sé a Parigi perché si prendesse cura del cugino, il
maresciallo Charles de Rohan, il quale, per sua fortuna, guarì senza
dover ricorrere alle improbabili medicine dell'italiano.
Anni dopo Cagliostro cercherà di servirsi dell'influenza del
cardinale per far legittimare dal papa, come fosse un qualsiasi
Ordine religioso, il proprio "Rito Egizio", una curiosa specie di
Ordine massonico-religioso, che egli dirà di aver fondato a Bordeaux
nel 1784.
A conclusione del solito lungo tour che doveva portarlo in
Inghilterra attraverso Napoli, Roma e la Costa Azzurra, giunto a
Bordeaux l'8 novembre 1783, in maggio si ammalò e, forse in un
delirio febbrile, come è scritto nel Compendio del suo processo, «si
vide prendere per il collo da due Persone, strascinare e trasportare
in un profondo sotterraneo. Aperta quivi una porta, fu introdotto in
un luogo delizioso come un Salone Regio, tutto illuminato, in cui si
celebrava una gran festa da molte persone tutte vestite in abito
talare, fra le quali riconobbe diversi de' suoi Figli Massonici già
morti. Credette allora di aver finiti li guai di questo mondo e di
trovarsi in Paradiso. Gli fu presentato un Abito talare bianco, ed
una Spada, fabbricata come quella che suol rappresentarsi in mano
dell'Angelo Sterminatore. Andò innanzi ed abbagliato da una gran
luce, si prostrò e ringraziò l'Ente Supremo di averlo fatto
pervenire alla felicità; ma sentì da un'incognita voce rispondersi:
Questo è il presente che avrai; ti bisogna ancor travagliare molto;
e qui terminò la Visione».
Grazie a questa visione, che in verità sembra essere stata inventata
lì per lì a uso e consumo dell'inquisitore che lo interrogava,
Cagliostro si sarebbe convinto di avere la missione di fondare la
Massoneria di Rito Egizio - l'Egitto era allora un paese
praticamente sconosciuto e pertanto ricco di un misterioso fascino
esotico - che avrebbe dovuto assorbire ogni altra. Si elegge Gran
Cofto e crea la moglie - ora chiamata principessa Serafina e Regina
di Saba - Grande Maestra del Rito d'adozione, cioè della Loggia
riservata alle donne; fatta risalire l'origine di tale massoneria ai
profeti biblici Enoch ed Elia, secondo una tradizione che vedeva
nell'intervento di quei due profeti la premessa a un radicale
mutamento della vita, con la successiva venuta di un "papa angelico"
o dello stesso Cristo, Cagliostro sosteneva che scopo del Rito
Egizio fosse la rigenerazione fisica e spirituale dell'uomo, il suo
ritorno alla condizione precedente alla caduta provocata dal peccato
originale, ottenuta, dal Gran Cofto e dai dodici Maestri che lo
avrebbero assistito, con ottanta giorni di attività iniziatiche.
Per i nuovi aderenti, naturalmente, i tempi per raggiungere la
perfezione sarebbero stati molto più lunghi: solo al dodicesimo anno
di appartenenza, sarebbero potuti diventare maestri e prendersi cura
dei nuovi iniziati. Ma solo lui, il Gran Cofto, rimaneva depositario
di un mysterium magnum il cui contenuto è rimasto effettivamente
avvolto nel mistero.
Con questo ambizioso programma Lorenza e Giuseppe, il quale per
l'occasione si fa chiamare conte Phenix, giungono il 20 ottobre 1784
a Lione, dove esistono numerose Logge massoniche; Cagliostro riesce
a procurarsi fra di esse i dodici maestri che gli abbisognavano
subito e, comprato un terreno nell'attuale avenue Morand, provvede a
far costruire la sede della sua Loggia, "La sagesse triomphante". I
lavori erano ancora in corso quando i due coniugi partirono per
Parigi, decisi a raggiungere il traguardo finale: il riconoscimento,
da parte della Chiesa cattolica, del suo Rito Egizio.
Giunti a Parigi il 30 gennaio 1785, prendono un alloggio nel Palais
Royal, di proprietà del duca Luigi Filippo II di Borbone-Orléans
(1747-1793), Gran Maestro della Massoneria francese e futuro Filippo
Egalité, fonda in fretta due Logge, una per gli uomini e l'altra per
le donne, entrambe frequentate da aristocratici. Tutto sembra andare
per il giusto verso quando un evento inaspettato mandò all'aria i
suoi piani.
Il declino
A Londra Cagliostro dovette fronteggiare una campagna di stampa
scatenata contro di lui dal Courier de l'Europe, un giornale
controllato dal governo francese, che per tre mesi rivangò il
burrascoso passato di Cagliostro e Serafina, anzi - il giornalista
Theveneau, l'autore degli articoli, era effettivamente ben informato
- di Giuseppe Balsamo e di Lorenza Feliciani, le sue origini oscure,
l'uso di molti nomi e di molti titoli, i veri e presunti imbrogli e
i non rari arresti; Cagliostro, nel novembre 1786, rispose con la
Lettera del conte di Cagliostro al popolo inglese per servire in
seguito alle sue memorie in cui ammetteva: «non sono conte, né
marchese, né capitano. La mia vera qualifica è inferiore o superiore
a quelle che mi sono state date? È ciò che forse un giorno il
pubblicò saprà! Intanto, non mi si può rimproverare d'aver fatto
quel che fanno i viaggiatori che vogliono mantenere l'anonimato. Gli
stessi motivi che mi hanno indotto ad attribuirmi vari titoli, mi
hanno condotto a cambiare più volte il mio nome [...] Nessun
registro di polizia, nessuna testimonianaza, nessuna inchiesta della
polizia della Bastiglia, nessun rapporto informativo, nessuna prova
hanno potuto stabilire che io sia quel Balsamo! Nego di essere
Balsamo!».
Ma intorno a lui si va facendo il vuoto: lasciata Londra per
Hammersmith nel marzo del 1787, dà lezioni di alchimia e subisce
altri infortuni: un suo allievo sostituisce, a sua insaputa, il
metallo che Cagliostro doveva "trasmutare" con del semplice tabacco
e stranamente la trasmutazione si verifica lo stesso, con gran
scandalo dell'allievo che gli rinfaccia la truffa, mentre intanto i
suoi collaboratori massoni di Lione lo rimproverano di spendere per
sé il denaro della Loggia. È nuovamente tempo di cambiare aria: il 5
aprile 1787, questa volta senza la moglie, raggiunge Bienne, in
Svizzera.
Mentre è ospite del banchiere Sarasin, Lorenza, che è rimasta a
Londra per liquidare i beni lì posseduti, viene avvicinata dal
giornalista del Courier de l'Europe, al quale raccontò di
maltrattamenti subiti dal marito e degli impedimenti che lui le
poneva di professare la religione cattolica. Una volta raggiunto
Cagliostro in Svizzera, Lorenza ritrattò tutto pubblicamente ma
tutto riconfermò in una lettera spedita ai genitori, a Roma, lettera
che verrà mostrata come prova a carico di Cagliostro durante il
processo.
Nello stesso periodo in cui Balsamo era in Svizzera, Goethe, nel suo
lungo viaggio in Italia, il 2 aprile sbarcava a Palermo proveniente
da Napoli; curioso di raccogliere notizie di prima mano sulle
origini del nostro famosissimo avventuriero, contattò il barone
Antonio Vivona, rappresentante legale della Francia in Sicilia, dal
quale prese visione dell'albero genealogico della famiglia Balsamo e
della «perfetta identità di Cagliostro e Balsamo».
Il ritorno in Italia
Intanto Cagliostro, in Svizzera, litiga con uno degli ultimi amici
rimastigli, il pittore Loutherbourg, che lo accusa di insidiargli la
moglie; si guadagna da vivere facendo il guaritore ma l'ambiente
della cittadina svizzera è troppo angusto per lui, abituato a ben
altri palcoscenici: il 23 luglio 1788 parte con Lorenza per
Aix-les-Bains, di qui vanno a Torino ma ne vengono immediatamente
espulsi e allora si recano a Genova passando, in settembre, per
Venezia, poi per Verona e di qui nei territori imperiali,
soggiornando un mese a Rovereto per poi raggiungere la città di
Trento il 21 novembre.
A Trento è ben accolto dallo stesso principe-vescovo, Pietro Vigilio
Thun, ed egli stesso mostrò grande deferenza nei confronti della
confessione cattolica; giustificò la sua appartenenza alla
Massoneria, spiegando di non averla mai considerata contraria alla
fede religiosa e si dichiarò pronto ad andare a Roma, purché munito
di salvacondotto. E a Roma, al cardinale Ignazio Boncompagni
Ludovisi, il 25 marzo 1789 scrive il vescovo di Trento, sostenendo
che Cagliostro si è ravveduto e che la moglie «se ne vive in
continui mentali spasimi, ardendo da un canto di costì rivedere il
cadente quasi ottuagenario genitore, e dall'altro temendo che
l'intollerante consorte non torni, non esaudito, nel pristino
disordine, con evidente pericolo di perdervi l'anima». E al vescovo
trentino il cardinale rispose il 4 aprile che «non avendo il signor
Cagliostro alcun pregiudizio nello Stato Pontificio, non ha Egli
bisogno del salvacondotto».
Rassicurato da questa lettera e comunque provvisto di un
salvacondotto rilasciatogli dal vescovo Thun, oltre che di lettere
di raccomandazione indirizzate a cardinali romani, il 17 maggio
Cagliostro parte da Trento con Lorenza e dopo dieci giorni sono a
Roma.
Alloggia dapprima in una locanda di piazza di Spagna e poi presso
parenti della moglie a Campo dei Fiori. Se il suo scopo era quello
di ottenere un'udienza dal papa, non fu accontentato e si comportò
inizialmente con molta prudenza, come sapesse di essere spiato e
temesse improvvisi pericoli; pensò anche di tornare in Francia, e a
questo scopo indirizzò un Memoriale all'Assemblea francese che fu
sequestrato, non appena consegnato alla posta, dalla gendarmeria
romana.
Avvicinato un giorno da due spie del Governo pontificio, tali Matteo
Berardi e Carlo Antonini, che gli chiesero di accoglierlo nella
Massoneria, Cagliostro, senza sospettare di nulla, fece loro
compiere le cerimonie iniziatiche, violando così la norma dello
Stato pontificio che vietava, pena la morte, l'organizzazione di
società massoniche. I due iniziati, soddisfatti di quanto avevano
visto e ascoltato, sparirono prima di versare la quota di adesione.
Curiosamente, Cagliostro riuscì ad affiliare alla Massoneria un
frate cappuccino, Francesco Giuseppe da San Maurizio.
Arresto, processo e condanna di Cagliostro
In settembre, la moglie Lorenza denunciò Cagliostro al parroco di
Santa Caterina della Rota, e la denuncia venne trasmessa il 5
dicembre al Sant'Uffizio: all'ultimo momento, Lorenza si era
rifiutata di firmarla, ma venne ugualmente acquisita; il 27 novembre
il padre di Lorenza, Giuseppe Feliciani e la spia Carlo Antonini
avevano già denunciato Cagliostro. La decisione dell'arresto di
Cagliostro - ma furono arrestati anche la moglie e fra' Giuseppe -
fu presa ai massimi livelli, dopo una riunione del papa Pio VI con
il Segretario di Stato a altri cardinali: nella notte del 27
dicembre 1789 Cagliostro viene rinchiuso in Castel Sant'Angelo,
Lorenza nel convento di Sant'Apollonia a Trastevere e il cappuccino
nel convento dell'Ara Coeli.
Le imputazioni contro Cagliostro sono gravissime: consistono
nell'esercizio dell'attività di massone, di magia, di bestemmie
contro Dio, Cristo, la Madonna, i santi, contro i culti della
religione cattolica, di lenocinio, di falso, di truffa, di calunnia
e di pubblicazione di scritti sediziosi: se provate, comporterebbero
la pena di morte. Esse sono fondate in gran parte sulle
dichiarazioni della moglie e su scritti e dichiarazioni rilasciate
nel corso degli anni da Cagliostro; la linea difensiva dell'avvocato
di Cagliostro, Carlo Costantini, consiste nel far considerare il suo
assistito un semplice ciarlatano, in modo da eliminare tanto ogni
credibilità che ogni serietà su quanto Cagliostro avesse mai scritto
e sostenuto, relativamente almeno alle sue posizioni ideologiche,
che sono quelle considerate di maggiore gravità, dal momento che
esse pongono Cagliostro nella posizione di eresiarca; per il resto,
occorre far passare Lorenza come una prostituta, una donna immorale
e pertanto inattendibile: lei, «moglie, complice impunita e
prostituta non può sicuramente somministrare non già una prova, ma
nemmeno un indizio per aprire l'inquisizione», dal momento che,
secondo la difesa di Cagliostro, ella intenderebbe accusare il
marito per ricrearsi un'innocenza che non può appartenerle perché,
se fosse vero quanto sostiene, anch'ella sarebbe colpevole quanto il
marito.
Stabilito che gli ordinari rituali massonici sono di per sé
suscettibili dell'accusa di eresia, quelli della Massoneria Egizia
di Cagliostro sono giudicati certamente eretici e a conferma di
questo assunto, negli interrogatori Cagliostro viene trascinato in
discussioni teologiche: l'ignoranza di Cagliostro intorno alle
nozioni più elementari di catechismo finisce per aggravare, agli
occhi dei giudici del Sant'Uffizio, la sua posizione. Consapevole
della situazione disperata in cui si trova, il 14 dicembre 1790
Cagliostro scrive al papa:
«Beatissimo Padre,
Giuseppe Balsamo, proteso ai piedi della S. V., reo di essere
fondatore di una società massonica (senza però che sapesse che sì
fatte società fossero proibite dalla Santa Sede) alla quale società
diede una Costituzione non composta da lui, ma cavata da un libro
manoscritto che gli venne alle mani in Inghilterra, sotto il nome di
Giorgio Cofton, purgato da lui, come credette da tutto ciò che vi
era di cattivo, e ben si persuadeva di averlo fatto quanto bastasse
perché, data da leggere la detta costituzione al cardinal di Rohan e
all'arcivescovo di Bourges, non fu da essi avvertito che vi fosse
dentro qualche cosa di male, ma fu soltanto dal secondo consigliato
a levarvi le due quarantene per la rigenerazione fisica e morale
come due inezie, delle quali due pratiche perciò non ne ha mai fatto
uso.
Ora, istruito dal P. Contarini che nella costituzione suddetta vi
sono cose cattive e contrarie alla S. Fede Cattolica, da lui
ritenuta mai sempre fermamente nel cuore, egli le detesta e si
protesta disposto ad abiurarle tutte nella maniera che gli sarà
imposta dal S. Tribunale, ed a subire quelle pene che merita il suo
gravissimo fallo; e pentito di vero cuore ne domanda umilmente
perdono al Signore e lo spera dalla sua infinita misericordia,
benché se ne riconosca indegno.
Indi, rivolto alla Paterna clemenza della Santità Vostra, implora
con calde lagrime pietà solamente per l'anima sua, supplicandola di
da rimedio allo scandalo gravissimo da lui dato al Mondo, ancorché
questo si debba fare con lo strazio più crudele e pubblico della sua
persona.
Della Santità Vostra indegnissimo figlio Giuseppe Balsamo peccatore
pentito».
Il 7 aprile 1791 il Sant'Uffizio emise la sentenza:
«Giuseppe Balsamo reo confesso e respettivamente convinto di più
delitti, è incorso nelle censure e pene tutte promulgate contro gli
eretici formali, dommatizzanti, eresiarchi, maestri e seguaci della
magia superstiziosa, come pur nelle censure e pene stabilite tanto
nelle Costituzioni Apostoliche di Clemente XII e Benedetto XIV
contro quelli che in qualunque modo favoriscono e promuovono le
società e conventicole de' Liberi Muratori, quanto nell'Editto di
Segreteria di Stato contro quelli che di ciò si rendano debitori in
Roma o in alcun luogo del Dominio Pontificio.
A titolo però di grazia speciale, gli si commuta la pena della
consegna al braccio secolare nel carcere perpetuo in una qualche
fortezza, ove dovrà essere strettamente custodito, senza speranza di
grazia. E fatta da lui l'abjura come eretico formale nel luogo della
sua attual detenzione, venga assoluto dalle censure, ingiungendogli
le dovute salutari penitenze.
Il libro manoscritto che ha per titolo Maçonnerie Égyptienne sia
solennemente condannato come contenente riti, proposizioni, dottrina
e sistema che spiana una larga strada alla sedizione, ed è
distruttivo della religion cristiana, superstizioso, blasfemo, empio
ed ereticale. E questo libro stesso sia pubblicamente bruciato dal
ministro di giustizia insieme cogl'istromenti appartenenti alla
medesima setta. Con una nuova Costituzione Apostolica si
confermeranno e rimuoveranno non meno le Costituzioni de' Pontefici
Predecessori, quanto anche l'accennato Editto di Segreteria di Stato
proibitivi delle Società e Conventicole de' Liberi Muratori,
facendosi nominatamente menzione della Setta Egiziana, e dell'altra
volgarmente chiamata degli Illuminati, con stabilirsi contro tutti
le più gravi pene corporali e segnatamente quelle degli eretici
contro chiunque o si ascriverà o presterà a favore di tali sette».
Il cappuccino Francesco Giuseppe di San Maurizio è condannato a
dieci anni, da scontare nel suo convento dell'Ara Coeli; Lorenza, la
cui testimonianza è stata determinante per la condanna di Cagliostro,
è assolta: rimase tuttavia per quindici anni nello stesso convento
di Sant'Apollonia. Dal 1806 fu la portinaia del Collegio Germanico
di piazza Sant'Apollinare, dove morì d'infarto l'11 maggio 1810.
Prigionia e morte
Dopo aver abiurato il 13 aprile 1791, Cagliostro venne trasferito a
San Leo, nelle Marche, per esservi rinchiuso nella storica Rocca,
progettata da Francesco di Giorgio Martini per conto di Federico da
Montefeltro: vi arriva il 20 aprile. L'11 settembre viene trasferito
dalla già misera cella cui era stato assegnato nella peggiore che si
fosse potuta ricavare: chiamata il Pozzetto, perché priva di porta -
il detenuto fu calato da una botola del soffitto - di dieci metri
quadrati, munita di una finestrella appena più larga di una
feritoia, con una triplice serie di sbarre da cui si poteva vedere a
stento un fazzoletto di cielo.
Probabilmente per impietosire e acquisirsi la nomea di pentito,
mostrò all'inizio della prigionia grande devozione, espressa da
continue preghiere e frequenti digiuni: dipinge sul muro immagini
religiose e ritrae se stesso, che si batte il petto in segno di
contrizione e tiene nell'altra mano un crocefisso; disegna anche una
Maddalena in penitenza.
Ma iniziò presto a dare segni di instabilità psichica, segnata da
violente ribellioni e da crisi mistiche, nella tremenda solitudine
di quel buco oscuro e umido. Il mondo è tutto nella vaga immagine
del guardiano che dal soffitto gli cala il cibo due volte al giorno,
nel tavolaccio dove sta sdraiato quasi tutte le ore di un giorno che
poco o nulla si differenzia dalla notte, nella finestrella a cui a
volte si aggrappa e urla una disperazione a cui è negata ogni pietà.
Quando ha di questi sfoghi, si materializzano i guardiani dal
soffitto: scendono, e sono pugni, calci, bastonate, grida, lamenti e
pianti. Forse, gli stessi ricordi dei successi mondani, della
ricchezza pur sordidamente acquistata e facilmente dissipata, delle
celebrità frequentate, che dovevano spesso tornargli nella mente,
potevano soltanto acuire la desolazione della presente miserabile
condizione.
Dalla disperazione all'ebetudine, dalla rabbia all'apatia e alle
illusioni: nel dicembre del 1793 ottiene il permesso di scrivere al
papa. Spera di convincerlo del suo pentimento, ma vi scrive di avere
visioni che lo fanno ritenere un santo, scelto da Dio perché
predichi al mondo la necessità di un generale ravvedimento.
Naturalmente, non viene preso sul serio e continua a dipingere, ora
immagini devote, ora blasfeme, seguendo le diverse ispirazioni della
speranza e della rabbia impotente.
Solo la morte può liberarlo dal carcere e quella, finalmente, giunge
pietosa: il 23 agosto 1795 è trovato semiparalizzato nel suo
tavolaccio. Scrive il cappellano della fortezza, fra' Cristoforo da
Cicerchia:
«Restò in quello stato apoplettico per tre giorni, ne' quali sempre
apparve ostinato negli errori suoi, non volendo sentir parlare né di
penitenza né di confessione. Infine de' quali tre giorni Dio
benedetto giustamente sdegnato contro un empio, che ne aveva
arrogantemente violate le sante leggi, lo abbandonò al suo peccato
ed in esso miseramente lo lasciò morire; esempio terribile per tutti
coloro che si abbandonano alla intemperanza de' piaceri in questo
mondo, e ai deliri della moderna filosofia. La sera del 26 fu tolto
dalla sua prigione per ordine de' suoi superiori, e fu trasportato
al ponente della spianata di questa fortezza di S. Leo, ed ivi fu
sepolto come un infedele, indegno dei suffragi di Santa Chiesa, a
cui non aveva quell'infelice voluto mai credere».
Cagliostro morì dunque il 26 agosto 1795, verso le 22,30; fu sepolto
senza cassa, nella nuda terra e senza alcuna indicazione, ma del
luogo si conservò memoria per qualche tempo: le truppe polacche,
alleate dei francesi, che nel dicembre del 1797 conquistarono senza
incontrare resistenza la Rocca, liberando i prigionieri, scoprirono
anche il cadavere, dandogli forse una più decorosa sepoltura e forse
anche conservando qualche reliquia da quelle povere ossa.
Poi, del luogo si è perduto il ricordo e le ricerche effettuate più
di un secolo dopo non hanno avuto alcun esito.